N. 36 - 2015 6 settembre 2015
Insieme di don Antonio Rizzolo

La vita consacrata, dono di Dio alla Chiesa

Cari amici lettori, protagonista della storia di copertina è una suora di 93 anni con un invidiabile spirito giovanile. Maria…

Storia di copertina | Maria Pia Giudici

Un cuore inquieto assetato d’infinito

Confidente del cardinale Carlo Maria Martini, che per tre volte la raggiunse all’eremo di San Biagio a Subiaco, suor Maria…

L'esperienza | Cellule parrocchiali di evangelizzazione

La Chiesa domestica che riporta alla fede

Il 5 settembre papa Francesco incontra il movimento fondato dal parroco milanese don Pigi Perini e che oggi ha diramazioni…

Ite, Missa est di Enzo Romeo

Accoglienza sì, ma organizzata

Gli sbarchi sulle coste d’Europa ci costringono a una presa di coscienza collettiva, anche come Chiesa. Bisogna evitare due…

Per una lettura completa...

Il personaggio | Samuel Marchese

«QUAL È LA TUA SCUSA PER NON ?FARCELA?»

La determinazione conta più dei limiti.È il messaggio che Samuel Marchese, 16 anni, ha voluto portare all’Expo. Da Siracusa a Milano ha percorso 800 chilometri con la sua handbike e a Roma ha incontrato papa Francesco.

 

In foto: Samuel Marchese a bordo della sua handbike durante una delle tappe del suo percorso da Siracusa a Milano.

In foto: Samuel Marchese a bordo della sua handbike durante una delle tappe del suo percorso da Siracusa a Milano. 

«Visto che lo slogan di Expo è “Il cibo è vita, la vita è gioia”, volevo dimostrare con i miei amici che la vita può essere gioia nonostante le difficoltà». Sta tutta in questa semplicità l’impresa di Samuel Marchese, un ragazzo di 16 anni che dalla sua città natale, Siracusa, ha percorso 800 chilometri in 18 tappe per arrivare all’Expo e portare il suo messaggio. «Se ce l’ho fatta io, qual è la tua scusa per non provarci?», è il suo slogan. Il mezzo che ha scelto, la handbike, non è casuale: «È una bicicletta particolare, che si muove tramite delle manovelle azionate con le braccia», spiega. «Dovrebbero conoscerla più persone perché è un mezzo inclusivo, che possono usare tutti. Io l’ho scoperta lo scorso novembre e mi sono innamorato di questo sport».

Dalla Sicilia sono partiti in sette, il 15 luglio: tre amici con disabilità motoria in handbike, una persona non vedente in tandem con la moglie e due gemelli siracusani affetti da sindrome autistica in bicicletta. Il 14 agosto all’ingresso di Expo, nella corte di Cascina Triulza, il padiglione della società civile, sono arrivati in due: Samuel, che ha avuto l’idea e ha mobilitato il gruppo, insieme al compagno di handbike Martino Florio, 40 anni, di Acireale. A pesare sugli “Angeli della libertà” – così si è autonominato il gruppo – sono stati il caldo, la fatica e altri impegni sopraggiunti, ma il messaggio è arrivato lo stesso, si è anzi amplificato di tappa in tappa. «Con questa traversata ho voluto dimostrare che la volontà e la caparbietà sono più importanti della perfezione fisica e che, quando si ha un obiettivo, la disabilità non è di ostacolo per raggiungerlo», afferma Samuel. «Credo ci sia molto lavoro da fare per abbattere le barriere architettoniche ma anche quelle mentali, che sono le peggiori.

Se non ci fossero queste ultime, infatti, anche quelle fisiche non esisterebbero. Il messaggio che ho voluto portare è che non esistono individui normodotati o meno, che quando si parla di persone non ce ne sono di serie A e di serie B». La tappa più emozionante lungo il percorso? «A Roma siamo riusciti a incontrare papa Francesco», racconta Samuel. «Ci ha ricevuti durante l’udienza generale. Eravamo più di settemila persone ma siamo riusciti lo stesso a salutarlo e a stringergli la mano. Ci ha detto che la Madonna avrebbe accompagnato il nostro cammino e mi ha fatto il segno “ok” con il pollice alzato. È stato emozionante. Durante l’udienza parlava delle coppie separate dicendo che nessuno deve sentirsi escluso dalla Chiesa. È da quando è stato eletto che 28 lo seguo, mi piace quello che sta cercando di fare per accogliere tutti nella Chiesa...».

Durante il percorso Samuel è stato sostenuto in primis dalla sua famiglia – mamma, papà e il suo barboncino nero l’hanno accompagnato – e da numerose associazioni tra cui Astrea Onlus, Make a Wish Italia Onlus, Flyzone Italy. «La caparbietà, il coraggio e l’importanza della forza di volontà sono valori che mi hanno trasmesso i miei genitori», afferma. Nonostante i limiti, anche qui. Samuel racconta che la mamma è infermiera professionale ma «al momento casalinga» e il papà è disoccupato. In famiglia, oltre a Samuel ci sono altri due fratelli e una sorella. «Siamo credenti e questo credo sia importante perché la fede ti fa superare tante difficoltà», nota con semplicità. «Quello che apprezzo di più dei miei genitori è che non mi hanno mai frenato. Quando da piccolo ho espresso il desiderio di voler sciare me lo hanno permesso.

Poi mi hanno seguito perché avevano paura, ma questo è normale! Però mi hanno sempre detto “vai, fai”. Come quando mi hanno lasciato arrampicare su una parete di 14 metri perché ero in sicurezza... non mi hanno mai bloc- cato nel fare esperienze. Altre famiglie vivono la disabilità come un problema, tengono chiusi i propri figli in casa per proteggerli, ma così facendo impediscono loro di affrontare le sfide». Samuel è al terzo anno di liceo scientifico e sogna una carriera nel mondo della comunicazione o dello sport. Non cammina dalla nascita per una malformazione al midollo spinale, eppure sogna di andare lontano. Il suo metodo è ormai collaudato: partire dall’obiettivo anziché dai propri limiti. Come quando si è innamorato della handbike. Costava 6mila euro e averla sembrava un sogno impossibile.

Navigando su Internet ha scoperto l’organizzazione Make a wish, che ha come missione quella di provare a realizzare i desideri di bambini e ragazzi affetti da malattie, coinvolgendo donato- ri online. Ha mandato via mail il suo desiderio e pochi mesi dopo ha avuto la sua handbike. Il suo prossimo traguardo è Strasburgo: «Vorrei portare all’Unione europea il mio messaggio per l’inclusione di tutti», spiega. «Non è normale che per le città europee ci siano così poche persone disabili, vuol dire che le barriere da superare sono ancora molte». Questa impresa però Samuel vuole prepararla con calma: «Ci vorranno almeno un paio d’anni. Devo raccogliere fondi e sponsor, perché senza non si va da nessuna parte». Ma non c’è dubbio: ce la farà.

 

Testo di Emanuela Citterio

Archivio

Vai